Giornale di Brescia
Lunedì 3 marzo 2003
 

 


 

 
 FINESTRA  

L’isola scoperta dagli olandesi nel ’600 è un crogiuolo di razze e di religioni che convivono gioiosamente e praticano l’arte dell’accoglienza
Mauritius, quasi un anticipo di paradiso in terra

 
 

Spiagge e relax in uno dei villaggi turistici delle Mauritius

 

  

Egidio Bonomi

 


MAURITIUS

 


 

Dio creò il Paradiso, subito dopo Mauritius e andò in vacanza. Così Mark Twain e non ha torto. Se cerchi la trasparenza, eccola davanti a te, offerta copiosa dall’oceano, non sempre sospiroso, seppur amabile. Cerchi il sorriso? Tutto a Mauritius sorride, dalla natura alle persone. Cerchi profumi, colori? Prego, accomodarsi e sorbire lentamente. Mauritius è un’esperienza unica, un colpo di spugna sulla mente afflitta dalle urgenze di questo mondo occidentale e accidentale, intrappolato dal benessere, punito dal malessere del troppo. Sull’isola si mescolano le razze più svariate: i discendenti dei coloni francesi, olandesi, inglesi si sfiorano con indiani, cinesi, africani, creoli, meticci. Curiosamente convivono cinque religioni che non additano - o peggio, combattono - l’infedeltà dei non... fedeli, ma tutti s’accodano alle celebrazioni degli uni e degli altri. Far festa è sport nazionale, se ci si passa il paragone piuttosto atletico. E nessuno ha abdicato alla propria cultura per integrarla, invece, addolcirla se occorre, offrirla agli altri in un mirabile crogiolo da cui colare un impasto unico: così si celebra il dio Siva non meno del capodanno cinese, del Natale, della Pasqua e di mill’altre ricorrenze buddiste. Dicono ben qualcosa le 173 chiese, i 270 templi, le tre pagode e le 110 moschee dove cattolici, anglicani, buddisti, mussulmani, indù possono pregare e ringraziare la divinità che li ha «assemblati» in paradiso già su questa terra. S’aggiunga che ospitalità e sorriso sono arte praticata senza sforzo. L’isola dell’Oceano Indiano abbonda delle spezie più aromatiche, cola un tè alla vaniglia, unico, inebria con un rhum chiaro, così come un segno distintivo viene dalle maquettes, riproduzioni in miniatura dei più celebrati velieri storici. Mauritius custodisce anche rarissime varietà arboree e animali che s’incontrano sui sentieri delle passeggiate più appaganti: basti citare il «paille-en-queu», dalla fluente coda bianca, oppure i gigli marini di due metri di diametro. Poi coste frastagliate, sabbia oro, o «lavata con perlana», il brulichio vegetale ed animale della barriera corallina. L’isola era disabitata fino al 1600. Per primi arrivarono gli olandesi e vi fondarono una colonia. Il nome viene da loro in onore dal principe Maurice de Nassau. Poi giunsero i francesi ed infine i voraci inglesi che dominarono per più di 150 anni. Non per nulla a Mauritius si parla inglese e francese. I britannici la chiamano «Morisciuss»; i... linguadoca « Morìss». L’accoglienza è un puntiglio di gentilezza. L’isola è accessibile alla borse più svariate, ma la richiesta è salita notevolmente di tono, tanto da indurre la catena Beachomber Hotels a creare cinque «oasi» d’indescrivibile bellezza nelle quali perdersi fra ettari di giardini, spiagge raccolte e persino esclusive dell’ospite di turno. Cinque perle che si chiamano Trou Aux Biches, Shandrani, Paradis (come no?), Royal Palm e Dinarobin. General manager, un ingegnere francese, Gilbert Staub che ha scelto cielo, mare, terra mauriziani, in sfuggita al grigio cielo della Francia nordica, per non lasciare tutto il paradiso agli altri. E proprio Gilbert Staub ha voluto presentare la proposta dei suoi cinque gioielli, qui, da noi, unitamente a Sergio Bassi, della Best Tour, a Emilia e Rinaldo dell’Atacama Travel di Lumezzane che offrono il pacchetto unitamente a sole altre quattro agenzie bresciane. Mauritius è al contempo placidità e dinamismo. Chi vuole può praticare gli sport d’acqua più svariati. Chi no sta spaparanzato dove meglio gli aggrada al sole che non fa assenze. Chi è molto abbiente si dà al golf. La cucina, infine, si raccomanda da sè, così perfetta nella sua miscela di gusti locali e di esigenze di internazionalità. Insomma, se il paradiso è così c’è di che essere  assidui nelle virtù.

 

 

 

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