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Spiagge e relax in uno dei villaggi turistici delle Mauritius
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Egidio Bonomi
MAURITIUS
Dio creò il Paradiso, subito dopo Mauritius e andò in vacanza.
Così Mark Twain e non ha torto. Se cerchi la trasparenza, eccola
davanti a te, offerta copiosa dall’oceano, non sempre sospiroso,
seppur amabile. Cerchi il sorriso? Tutto a Mauritius sorride, dalla
natura alle persone. Cerchi profumi, colori? Prego, accomodarsi e
sorbire lentamente. Mauritius è un’esperienza unica, un colpo di
spugna sulla mente afflitta dalle urgenze di questo mondo
occidentale e accidentale, intrappolato dal benessere, punito dal
malessere del troppo. Sull’isola si mescolano le razze più svariate:
i discendenti dei coloni francesi, olandesi, inglesi si sfiorano con
indiani, cinesi, africani, creoli, meticci. Curiosamente convivono
cinque religioni che non additano - o peggio, combattono -
l’infedeltà dei non... fedeli, ma tutti s’accodano alle celebrazioni
degli uni e degli altri. Far festa è sport nazionale, se ci si passa
il paragone piuttosto atletico. E nessuno ha abdicato alla propria
cultura per integrarla, invece, addolcirla se occorre, offrirla agli
altri in un mirabile crogiolo da cui colare un impasto unico: così
si celebra il dio Siva non meno del capodanno cinese, del Natale,
della Pasqua e di mill’altre ricorrenze buddiste. Dicono ben
qualcosa le 173 chiese, i 270 templi, le tre pagode e le 110 moschee
dove cattolici, anglicani, buddisti, mussulmani, indù possono
pregare e ringraziare la divinità che li ha «assemblati» in paradiso
già su questa terra. S’aggiunga che ospitalità e sorriso sono arte
praticata senza sforzo. L’isola dell’Oceano Indiano abbonda delle
spezie più aromatiche, cola un tè alla vaniglia, unico, inebria con
un rhum chiaro, così come un segno distintivo viene dalle
maquettes, riproduzioni in miniatura dei più celebrati velieri
storici. Mauritius custodisce anche rarissime varietà arboree e
animali che s’incontrano sui sentieri delle passeggiate più
appaganti: basti citare il «paille-en-queu», dalla fluente coda
bianca, oppure i gigli marini di due metri di diametro. Poi coste
frastagliate, sabbia oro, o «lavata con perlana», il brulichio
vegetale ed animale della barriera corallina. L’isola era disabitata
fino al 1600. Per primi arrivarono gli olandesi e vi fondarono una
colonia. Il nome viene da loro in onore dal principe Maurice de
Nassau. Poi giunsero i francesi ed infine i voraci inglesi che
dominarono per più di 150 anni. Non per nulla a Mauritius si parla
inglese e francese. I britannici la chiamano «Morisciuss»;
i... linguadoca « Morìss». L’accoglienza è un puntiglio di
gentilezza. L’isola è accessibile alla borse più svariate, ma la
richiesta è salita notevolmente di tono, tanto da indurre la catena
Beachomber Hotels a creare cinque «oasi» d’indescrivibile bellezza
nelle quali perdersi fra ettari di giardini, spiagge raccolte e
persino esclusive dell’ospite di turno. Cinque perle che si chiamano
Trou Aux Biches, Shandrani, Paradis (come no?), Royal Palm e
Dinarobin. General manager, un ingegnere francese, Gilbert Staub che
ha scelto cielo, mare, terra mauriziani, in sfuggita al grigio cielo
della Francia nordica, per non lasciare tutto il paradiso agli
altri. E proprio Gilbert Staub ha voluto presentare la proposta dei
suoi cinque gioielli, qui, da noi, unitamente a Sergio Bassi, della
Best Tour, a Emilia e Rinaldo dell’Atacama Travel di Lumezzane che
offrono il pacchetto unitamente a sole altre quattro agenzie
bresciane. Mauritius è al contempo placidità e dinamismo. Chi vuole
può praticare gli sport d’acqua più svariati. Chi no sta
spaparanzato dove meglio gli aggrada al sole che non fa assenze. Chi
è molto abbiente si dà al golf. La cucina, infine, si raccomanda da
sè, così perfetta nella sua miscela di gusti locali e di esigenze di
internazionalità. Insomma, se il paradiso è così c’è di che essere
assidui nelle virtù.
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